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Dott. Mauro Lucchetta: l’allenamento mentale nello sport non è un opzione | Associazione Freedom

Dott. Mauro Lucchetta: l’allenamento mentale nello sport non è un opzione

- 18 Gennaio 2017

Psicologo dello sport, fondatore del canale youtube “Psicologia Fly”, esperto in gaming e new media, il dott. Mauro Lucchetta ci spiega perché l’allenamento mentale non è un opzione.

quali vantaggi e benefici potrebbe ricevere un’atleta affiancato da uno psicologo dello sport?

Mi piacerebbe iniziare da un semplice presupposto di base: la presenza di uno Psicologo dello Sport in società non può più essere considerata una semplice opzione, ma rappresenta piuttosto un’evoluzione di quello che un allenamento tradizionale intende proporre.

Deve essere per primo lo Psicologo a far propria questa considerazione, soprattutto quando si propone nelle strutture. E’ ormai assodato il valore della mente nello sport, anche nei campetti meno “strutturati” (ed io mio chiedo: “ma c’era davvero bisogno di certificare una cosa così ovvia?”), pertanto conseguenza naturale è la sua gestione.

I vantaggi si trovano a più livelli: la concentrazione, l’accettazione e la modulazione dell’ansia pre-gara, la determinazione e la focalizzazione durante la performance. Poi c’è anche un discorso da fare a parte sulla capacità di “mentalizzarsi”. Mi spiego meglio: quando un atleta entra in questo mondo, diventa a sua volta un portatore sano di buona psicologia, in grado anche di influenzare positivamente le persone attorno a se. Quando hai un’intera società con questo mood, ti rendi conto che stai vivendo un momento storico della tua vita decisamente importante.

 

quale consigli daresti ad un atleta che ha difficoltà di concentrazione in allenamento ed in partita?

 

Vai da uno Psicologo specializzato in preparazione mentale e impara tutto quello che puoi! Esistono diversi esercizi in merito: dal più classico rilassamento, alla visualizzazione di un oggetto di ancoraggio, all’osservazione diretta dell’oggetto sul campo associata alla sua elaborazione cognitiva, all’utilizzo del linguaggio per creare autoinduzione verso un compito.

Spesso dipende dall’atleta e dalla sua predisposizione verso: 1) le attività proposte; 2) la capacità di utilizzo dei suoi sensi; 3) la condizione emotiva di quel momento: in alcuni casi le pratiche efficaci in allenamento, non danno gli stessi risultati a fronte della pressione della gara.

A mio parere anche la rielaborazione del concetto di “gara” può fare la differenza: troppo spesso giovani atleti nascono “liberi” ma poi vengono cresciuti con lo “spettro” delle gare. La gara diventa quindi un momento traumatico quando invece dovrebbe essere sempre (SEMPRE) un momento in cui manifestare la voglia di pienezza: sia nei suoi aspetti positivi, che in quelli che ci portano verso i nostri limiti, facendoci crescere e migliorare. E’ una bella sensazione quella che proviamo quando sfondiamo un muro psicologico, dovremmo rendercene maggiormente conto e darne il giusto peso.

quanto è importante creare un team di lavoro atleta\allenatore\psicologo?

Direi che è fondamentale per dare il massimo ai tuoi atleti. Quando riesci a sincronizzare le tue azioni con quelle dell’allenatore, lavorando sia in modo complementare che rinforzante, ottieni un risultato doppio. Certo, non sempre si ha la possibilità di avere un rapporto così, dipende anche da chi è il committenza: se lo Psicologo è imposto dalla società, chiaramente l’allenatore potrebbe sentirsi escluso, sotto osservazione, dequalificato.

Percezioni che possono essere considerate assolutamente naturali, ma che poi quasi mai risulteranno fondate. Sarà fortuna nel mio caso, ma ho sempre trovato grande collaborazione praticamente ovunque. Lo si ottiene comportandosi con educazione, rispetto dei ruoli, trasparenza e anche una buona dose di ironia e complicità secondo la mia esperienza. Ovviamente se l’atleta non è con te, tutto il lavoro viene meno. In questo caso è molto importante far comprendere allo sportivo che tutto quello che si fa ha un solo scopo: Lui/Lei. Lo Psicologo deve quindi imparare a conoscere le sfumature dell’atleta e della persona. Ed è qui che a mio parere emerge tutto il valore di una figura qualificata e riconosciuta dallo Stato come quella dello Psicologo: non si tratta di essere un motivatore/leader/guru super carismatico come fanno altre figure para-mentali, ma piuttosto lo scopo è far emergere la pienezza della persona che abbiamo di fronte, con le sue caratteristiche. Niente ricette magiche preconfezionate uguali per tutti, ma una profonda conoscenza di chi hai di fronte.

come si evolverà la psicologia dello sport?

Difficile prevederlo, non ritengo nemmeno di essere così esperto per potermi sbilanciare. Quello a cui spesso ho assistito per quanto riguarda la Psicologia in generale, è una certa “lentezza” nella definizione di nuovi costrutti. Spesso i modelli di riferimento sono teorie piuttosto tradizionali, sicuramente efficaci, ma basta osservare il mondo quanto sia cambiato negli ultimi 10 anni per comprendere quanto invece siamo di fronte ad una corsa sfrenata che richieda più di un aggiornamento: i millennials adolescenti, la connessione onnipresente, gli handheld come gli smartphone, i social, il gaming, la scienza che ci farà vivere fino ai 150 anni (al momento in cui scrivo, non escludiamo che possa anche farci vivere… per sempre, continuando ad evolversi), il minor uso del corpo… Tutto questo ha avuto un impatto decisivo sulla nostra psiche e, se devo fare un parallelismo nel campo sportivo, abbiamo a che fare con atleti che possiedono un potenziale differente rispetto al passato: più bravi ad elaborare informazioni in tempo reale, meno capaci di eseguire le azioni motorie di base.

Io credo che inevitabilmente sia indispensabile una “tecnologizzazione” del nostro lavoro, anche solo per stare su un terreno che sia il più simile possibile a quello dei nostri atleti. Nel mio caso lo faccio utilizzando i video, i videogiochi e le tecnologie in generale e gli strumenti di feedback digitali.

Ma del resto siamo tutti pionieri di questa nuova epoca, perciò è difficile ipotizzare cosa accadrà e soprattutto quali potranno essere le mosse giuste per promuovere questa professione, anche se ritengo che in questi ultimi 3 anni stia aumentando il numero di interessati all’argomento



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